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All’antico mercante che approdava nelle coste occidentali di Trinacria,
la montagna ericina appariva maestosa per due aspetti:
- sembrò alta fino al cielo con la vetta che spesso si nascondeva fra le
nuvole;
- mostrava una rocca inaccessibile idonea ad una fortificazione
inespugnabile.
Per queste qualità venne scelta come sede di una divinità a cui fu
dedicato fin dall’età del bronzo un santuario che divenne presto famoso
in tutto il Mediterraneo. E’ bastato circondare la rocca con una robusta
recinzione muraria per ricavarne un luogo sacro e al tempo stesso una
fortezza inespugnabile. I greci di Creta, di Cipro ed anche di Micene si
appropriarono del culto destinandolo alla loro Afrodite, dea dell’amore
e della fecondità. Le loro leggende fecero arrivare tanti eroi in
Sicilia per avvalorare le pretese sul territorio. In particolare Eracle,
di passaggio da queste terre per una delle sue tante fatiche, si scontrò
con Erix, figlio di Bute e di Afrodite e fondatore mitologico della
città, uccidendolo ed affermando così il suo diritto e quello dei suoi
discendenti. Venne da queste parti anche Dedalo, il costruttore del
labirinto di Cnosso, inseguito da Minosse; durante il soggiorno
partecipò alla costruzione del Santuario con la sistemazione della
recinzione muraria nella parte più scoscesa della roccia, lavoro di alta
ingegneria che ancora resiste al tempo col nome di “ponte di
Dedalo”. Dalle leggende possiamo dedurre una notizia a cui attribuire
fondatezza storica: già dalla fine del secondo millennio è presente
sulla vetta ericina un santuario dedicato ad una divinità mediterranea,
protettrice dei naviganti, dei viaggi, ma anche dell’amore e della
fecondità della terra, ben noto ai mercanti che giravano per il
Mediterraneo, in particolare ai fenici di Tiro e Sidone che in questo
triangolo occidentale di Sicilia avevano edificato importanti empori
commerciali (Mozia, Solunto, Panormo). Intorno al 1000 a.C. arrivò su
queste terre, probabilmente dall’Anatolia, gente che ci è stata
tramandata con nome di “Elimi”. Quando la Sicilia entrò nella storia con
la colonizzazione greca (secolo VIII) gli Elimi erano saldamente
insediati nel triangolo tra Mazara del Vallo e Palermo e avevano
roccaforti in Segesta, Erice, Entella e Alicia. Essi strinsero rapporti
commerciali e (diremmo oggi) accordi di mutuo soccorso con i fenici di
Cartagine che avevano sostituito quelli di Tiro nei commerci con i paesi
mediterranei. L’alleanza degli Elimi con i Cartaginesi, diretta
soprattutto a fermare l’avanzata della colonizzazione greca nella
Sicilia occidentale, spinse Cartagine a fortificare la città di Erice,
la cui cerchia muraria era già stata edificata dagli Elimi nell’VIII
secolo a.C., e la indusse a gestire il ricco santuario ericino
dedicandolo alla loro Astarte, dea che proteggeva l’amore e i traffici
marittimi.Con la prima guerra punica la Sicilia è stata conquistata da
Roma; Erice dunque godette del privilegio di avere avuto natali comuni
con l’urbe risalenti a Venere e quindi ad Enea capostipite delle genti
elime e romane (Virgilio). Allora il santuario diventò tempio e fu
dedicato a Venere ericina. Con l’impero romano l’importanza militare di
Erice cessò e pian piano cadde nell’ oblio pure il suo santuario, al
punto che per 800 anni scomparve ogni traccia della città nelle fonti
storiche. Nell’ XI secolo, la Sicilia fu conquistata dagli Altavilla,
famiglia normanna che, con una politica da un lato avventurosa,
dall’altro di abile diplomazia, riuscì ad impossessarsi dell’Italia
meridionale e della Sicilia, fondandovi un regno che troverà il suo
maggiore splendore con Federico II di Svevia, regno ritenuto fra i più
importanti del Medioevo europeo. Con i Normanni Erice è stata ripopolata
per risorgere come fortezza a tutela del canale di Sicilia e del
Mediterraneo centrale. E’ stata anche rinforzata la cinta muraria e
costruito un castello inespugnabile su quella rocca che per millenni
aveva ospitato il santuario della dea. La nuova costruzione fece quasi
sparire le tracce del témenos antico, anche perché il materiale ormai
diroccato venne utilizzato per la costruzione del castello e di altri
monumenti della città. Oggi dell’antico santuario rimangono, sparsi qua
e là, solo alcuni ruderi del tempio romano dedicato a Venere ericina.Il
castello fortificato ospitò il magistrato normanno – svevo che governava
la città per conto della monarchia (Baiuolo o Baiulo). Con l’estinzione
della dinastia normanno – sveva Erice e il suo castello seguirono le
sorti della Sicilia, passando da dominazione in dominazione (Angioina,
Aragonese, Spagnola, Asburgica, Sabaudia, Borbonica) fino all’avvento di
Garibaldi e all’unità d’Italia.
| IL PONTE DI DEDALO |
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| IL TEMPIO DI VENERE |
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| IL POZZO DI VENERE |
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| LA COLOMBAIA |
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| IL POSTO DI VEDETTA |
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| LO STEMMA ASBURGICO SUL
CASTELLO ERICINO |
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| GLI ALLOGGI NOBILIARI |
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| LE TORRI DEL BALIO |
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| LE FERITOIE |
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| LA PRIMA CHIESETTA CRISTIANA: “SANTA MARIA DELLA NEVE” |
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| LE CARCERI |
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| LA TORRETTA PEPOLI |
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| IL PONTE DI DEDALO |
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Per rendere fortezza la rocca ericina è bastato agli antichi
costruire una solida recinzione sull’orlo scosceso dell’acropoli
naturale, fatta di stratificazioni rocciose. Ad un certo punto
del recinto, però una profonda fenditura della rocca stessa rese
particolarmente impegnativa l’opera. Proprio in quel
tempo era arrivato alla corte di re Cocalo un valente
architetto, costretto a fuggire da Creta perché caduto in
disgrazia con re Minosse. Si trattava di Dedalo che aveva
sorvolato il Mediterraneo con le sue artigianali ali di cera.
L’architetto riconoscente dell’ospitalità e della protezione del
re sicano, costruì, con ingegnosi sistemi architettonici, quella
parte del muro che consentì di superare la fenditura della
roccia. Quella recinzione è
oggi chiamata il “ponte di Dedalo” e costituisce l’emergenza
archeologica più antica del sito.

| IL TEMPIO DI VENERE |
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La battaglia delle Egadi del 241 a.C. pone fine alla prima guerra punica
tra Roma e Cartagine. La Sicilia diviene la prima provincia romana e
consente all’Urbe di sperimentare un sistema burocratico che ha
consentito alla città di governare il mondo antico. Erice e Segesta,
città elime, assumono una condizione privilegiata per le origini comuni
con Roma e la fedeltà all’Urbe durante la guerra con Cartagine. Il culto
dell’ “ericina Venus” viene importato a Roma ed un tempietto alla dea
viene costruito all’interno del tèmenos, le cui spese di custodia e di
gestione gravano a carico di diciassette città siciliane a cui l’Urbe ha
imposto di pagare un tributo al santuario ericino e sostenere le spese
per mantenere duecento militi a protezione del tempio e delle sue
jerodule. Del santuario ericino oggi
rimane molto poco, avendo subito vari rifacimenti e la riconversione nel
Medioevo a fortezza militare ad opera dei Normanni. Resti che
appartengono certamente al tempio di Venere sono pezzi di colonne, di
capitelli, di cornicioni sparsi qua e là all'interno del recinto.

| IL POZZO DI VENERE |
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Negli antichi santuari fenici ruolo importante aveva l’acqua sia dolce
che salmastra.Resti di santuari rinvenuti ad Amrit, Biblo e Sidone hanno
rivelato recinzioni sacre entro cui le acque separavano gli ambienti
per servizi dal sacello del Dio che stava al centro circondato da acque
sacre. Di recente anche a Mozia è stato portato alla luce, negli ultimi
scavi, un santuario la cui recinzione conteneva una grande vasca di
acqua marina e di sorgente. Nel tèmenos ericino non sarebbe stato
facile trovare acque a sufficienza per tenerlo allagato. Allora la
fantasia popolare vide nel pozzo un contenitore per consentire alla dea
di lavarsi e purificarsi immergendosi lei e le sue jerodule che
praticavano la prostituzione sacra.In effetti occorre ricordare che del
santuario è rimasto ben poco, e che il pozzo, come la più parte
dell’archeologia ancora esistente appartiene al castello medioevale con
ben altre finalità: probabilmente è stato un contenitore di derrate o di
acqua per sopportare assalti o lunghi assedi.

| LA COLOMBAIA |
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Quel che rimane oggi della colombaia all’interno della
struttura appartiene probabilmente al castello medievale. E tuttavia la
colomba era uccello sacro alla dea e trovava ospitalità nel santuario,
al punto che partecipava da protagonista alle feste di agosto in onore della divinità.Il rito sacro durava nove
giorni ed iniziava proprio con il volo delle colombe guidato dalla dea
che assumeva l’effige di una colomba rossa. Lo stormo traversava il mare
e approdava a Sicca Veneria, nei pressi di Cartagine, dove era dedicato
alla stessa dea (Astarte) altro santuario
gemellato con quello di Erice.Per
i nove giorni venivano immolati sacrifici di animali alla dea ed elevati
riti propiziatori per la fecondità della terra e la protezione dei
naviganti. Durante tutto il periodo del rito il
perimetro del tèmenos veniva reso visibile giorno e notte con fiaccole accese per far
da faro ai naviganti. Al nono giorno la colomba rossa riportava indietro lo stormo che rientrava
nel santuario ericino.

| IL POSTO DI VEDETTA |
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Una porta aperta sul recinto murario di mezzogiorno introduce ad una guardiola, da cui sentinelle armate osservavano
la sottostante pianura aperta fino al mare e alle colline dell’interno, dalle Egadi ai monti di Palermo, per scoprirvi
flotte ed eserciti nemici che portavano guerre e distruzioni. Il posto di vedetta che osserviamo oggi è di chiara fattura medievale,
e tuttavia nulla vieta di immaginare un uso anche più antico, atteso che il santuario era anche una fortezza custodita da uomini in arme;
il senato di Roma assegnò alla protezione del tempio di
Venere duecento militi il cui costo era a carico di diciassette città siciliane a cui era stato ordinato il pagamento di un tributo alla dea.

| LO STEMMA ASBURGICO SUL
CASTELLO ERICINO |
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Erice e il suo castello furono coinvolti in tutte le vicende storiche
siciliane, dal regno normanno all’unità d’Italia. Il castello, in
particolare, edificato come fortezza a sostegno della politica africana
degli Altavilla, venne adattato alle diverse esigenze delle successive
dominazioni, in relazione anche all’evolversi dei tempi. L’imperatore
Carlo V ebbe con Erice rapporti altalenanti, ora d’attrito, ora di
rispetto per la dignità degli ericini che, avuto sentore che il sovrano
volesse vendere la città per finanziare una della tante dispendiose
guerre, si riscattarono con una munifica somma. Carlo, in segno di
gratitudine, ha disposto che Erice non si chiamasse più terra, ma “civitas
excelsa” (privilegio del 1555). L’aquila asburgica del casato imperiale
svetta ancora sopra la porta d’ingresso del castello, a testimonianza di
una delle tante dominazioni che sono state presenti sulla terra di
Sicilia e su Erice.

| GLI ALLOGGI NOBILIARI |
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Se per le strade vi capita di sentir parlare ragazzini della fortezza
sull’acropoli noterete che la chiamano tutti “il castello di Venere”.
L’improprietà linguistica è derivata dalla necessità di trovare una sintesi
fra i due monumenti edificati in tempi diversi sullo stesso sito, il santuario dedicato alla dea
“Venere” ed il castello fortezza sede del magistrato normanno che governava la città e il suo vasto agro (baiuolo).
Gli alloggi del governatore normanno e dei successivi magistrati che lo hanno abitato erano situati a settentrione
e parte a levante all’interno della recinzione della fortezza, ed oggi presentano caratteri architettonici diversi,
in relazione agli interventi di restauro succedutesi nei vari secoli.
Un pozzo cisterna di acque piovane testimonia la presenza di vita familiare nel castello, che, serrato il grande
portone e alzato il ponte levatoio, diveniva fortezza inespugnabile. Dell’epoca romana, in quell’ala del santuario,
sono state rinvenute tracce archeologiche di un locale termale al servizio del tempio.

| LE TORRI DEL BALIO |
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Le torri del balio sono state edificate come avamposto difensivo del
castello e, quindi, sono di epoca di poco successiva al maniero
normanno. C’è infatti chi le definisce “torri federiciane”,
attribuendone la paternità a Federico II di Svevia. Di fatto si trattava
di una struttura difensiva legata al castello, tanto che per lungo tempo
i due siti furono comunicanti. Nel XIX secolo le torri erano ormai
fatiscenti. Il conte Agostino Pepoli, illustre studioso del patriziato
ericino-trapanese, propose al Comune la restaurazione fedele del
monumento a condizione che il Comune stesso gli cedesse gratuitamente la
proprietà della struttura. L’accordo fu raggiunto ed il conte Pepoli,
nella seconda metà del secolo XIX restaurò le torri, contornandole dei
giardini pubblici detti “del balio”.

| LE FERITOIE |
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Nel versante sud della recinzione vi è un tratto di montagna che, per
quanto scosceso, avrebbe potuto consentire assalti di manipoli di uomini
particolarmente ardimentosi. Per scoraggiare tali possibili tentativi
vennero ricavati nella recinzione delle finte finestrelle che
incanalavano a mò d’imbuti sulla roccia della parete levigata cunicoli
da cui gettare massi, olio bollente e altro materiale, che avrebbe reso
impossibile ogni tentativo di scalata. Queste strutture, edificate
probabilmente nel periodo medievale,sono oggi definite “feritoie”.
| LA PRIMA CHIESETTA CRISTIANA: “SANTA MARIA DELLA NEVE” |
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Nei primi secoli dell’impero romano in Sicilia il cristianesimo si diffuse con celerità.
Lo dimostrano le catacombe siracusane ed il gran numero di martiri durante le violente
persecuzioni degli imperatori del III-IV secolo (ad Erice San Vito e Santa Crescenzia).
La leggenda vuole che la stessa notte del 24 dicembre, mentre a Betlemme nasceva il Bambin Gesù,
l’empio tempio ericino crollasse dalle fondamenta.Nell’era di Costantino, uscito il
cristianesimo dalla clandestinità, il primo pensiero di quel clero fu quello di cancellare il
peccaminoso credo pagano: nel sito ove era insediato il tempio di Venere venne eretta una
chiesetta dedicata a “Sancta Maria ad Nives” (Santa Maria della Neve), che fu il primo tempio
cristiano ad Erice. Secondo alcuni Santa Maria della Neve, di cui non rimane traccia archeologica,
fu invece edificata ad occidente, nel luogo ove oggi si trova il Duomo, dedicato prima all’Assunta,
dopo alla Madonna di Custonaci, divenuta intanto “Patrona di Erice”.

| LE CARCERI |
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Con la scoperta delle polveri da sparo e l’avvento delle artiglierie, il castello di Erice, come pure la città,
perdono ogni importanza strategica e militare e decadono definitivamente. Nell’800 già la struttura appare molto
simile a quella attuale.La sua ala occidentale, quella limitrofa all’ingresso, venne allora impiegata a carcere duro,
soprattutto dal regime borbonico che ne fece una prigione politica.
Tale uso continuò anche durante il regno d’Italia e fino alla prima parte del ‘900, per richiudervi criminali pericolosi.

| LA TORRETTA PEPOLI |
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Restaurate le torri del balio e impiantato il giardino pubblico in stile inglese,
il conte Pepoli volle costruirsi una dimora particolarmente suggestiva sopra un picco roccioso sotto il Castello.
La casina, ornata di una torretta di stile moresco, è stata dal Pepoli impiegata come luogo di ameno riposo e di studio per le sue ricerche archeologiche.
Oggi, semidiroccata, è tornata in proprietà del comune per una auspicabile restaurazione ed un impiego consono all’importanza del monumento.

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